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Resilienza: il giusto atteggiamento

La difficoltà di essere inclusi in una società basata sulla massimizzazione dei profitti per un disabile è ben nota, ma non altrettanto considerata. Vediamo come la resilienza è l’atteggiamento adatto per superare il disagio sociale.

Innanzitutto, non cercate il sostegno di coloro che non hanno mai sofferto e non conoscono il dolore, non sono le persone migliori per comprendervi. Coloro che parlano con gli slogan ottimistici: “Sorridi”! “Tirati su!” “Pensa positivo!”.
E nemmeno cercate il sostegno di coloro che hanno sofferto, hanno subito danni e sono rimasti cristallizzati nel loro dolore. Coloro che dicono: “La vita è dolore! Piangiamo insieme i nostri cari trapassati, la salute perduta, la felicità tramontata. Vieni qui, piangiamo insieme…!”

E’ bene,invece, cercare la compagnia di coloro che hanno sofferto, ma poi hanno trovato le forze per rialzarsi e ricominciare a camminare. Con loro starete a vostro agio. Vi potranno insegnare molto e vi porteranno fuori dal tunnel, verso la luce. Cercate, quindi, quei feriti che hanno saputo rimettersi in piedi. I vecchi soldati. Solo loro vi possono insegnare come continuare a battagliare e sopravvivere.
I disertori piagnoni e gli ottimisti positivi, quelli che non conoscono l’odore della polvere da sparo, non vi saranno utili per lotta chiamata “vita.” (Anna Kiryanova)




In questi pensieri di Anna Kiryanova come prima cosa c’è l’invito a non sostenersi su persone non autentiche che danno una immagine falsa di sé attraverso il pensiero positivo. Non è una critica al pensiero positivo, anzi. Nella condizione di disabilità un self talk positivo aiuta tantissimo. Vanno solo evitate le persone dalla vita troppo facile e superficiale, le quali per fortuna o destino, non hanno sviluppato sufficiente empatia e rapporto con gli altri, per mancanza di bisogno. Ben venga, dunque, il pensiero positivo: usatelo. Nel suo secondo capoverso ritroviamo il tema della vittima. Questa categoria di profilo si compiace del suo vittimismo  e per ciò è da evitare, come la peste: chi ama sentirsi una vittima non ha voglia di un cambiamento, vuole solo imporre la sua deformata e dolorosa visione della realtà, sulla cui legittimità cercherà di convincerci in tutti i modi.

La vittima

• Si lamenta sempre di qualcuno.
• Non hai mai responsabilità di quel che accade
• Rifiuta il cambiamento
• Non può farci niente
• Non sa dire col cuore mi dispiace
• Non ha fantasia
• E’ ottuso/a (prolungando questo stato lo si diventa)
• Si lamenta, critica, semina zizzania, si contorce nei ragionamenti cambiando e modificando di continuo la realtà per convalidare le sue posizioni, quindi tende a dire bugie o a negare i fatti
• Si crea un gruppo che la sostiene, anime nobili e sensibili che le danno ragione.

Il salvatore

Quando adottiamo un atteggiamento proattivo possiamo venire aiutati veramente dalle persone che hanno vissuto dei problemi e li hanno risolti oppure dimostrano di saperli fronteggiare senza lamentare il loro disagio. Sono i vecchi soldati feriti nominati da Anna Kiryanova.
L’ inclusione sociale e un modo più felice di vivere passa proprio di lì. Frequentando e diventando i “guerrieri” della vita. Forse, a ben vedere una vita troppo facile, non sarebbe per noi tutti una buona vita. Voi che ne pensate?

Fabio Piccinin
13/10/2017

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