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La disabilità nella storia parte seconda. Il mondo romano e greco

Ogni epoca storica ha trattato a suo modo il fenomeno della disabilità. Nella prima parte di questa serie di analisi avevamo visto testimonianze della presenza di disabilità sin dalla preistoria e come venisse illustrata o aiutata attraverso protesi nella civiltà degli antichi faraoni.

In questa seconda parte, proseguiamo le nostre riflessioni concentrandosi su due civiltà alla base della nostra, la greca e la romana. In entrambe il problema in questione veniva affrontato in modi simili, avendo la prima direttamente influenzato la seconda. La disabilità non è stata nascosta all’interno di queste civiltà. La religione e gli aspetti culturali ne parlano. Dionisio era un dio zoppo. Suo figlio Priapo era affetto da nanismo. Efesto narra la leggenda che, essendo nato brutto e deforme, fosse stato scagliato giù dall’Olimpo da sua madre Era.
In letteratura troviamo nell’Iliade di Omero una delle prime descrizioni di malformazione nel personaggio di Tersite, che oltre ad essere brutto e deforme era considerato anche malvagio.
Quasi fosse uno stereotipo associare la bruttezza alla malvagità, mentre gli eroi, Ettore e Achille erano forti, prestanti, belli e portatori di virtù.
Fatto assai curioso è che la cecità non fosse vista come una disabilità, bensì solo come una “diminuzione” delle capacità dell’uomo accompagnata a volte da qualità date dagli dei. E’ il caso di Tiresia l’indovino: reso cieco da Era, riceve da Zeus la capacità di vedere il futuro e di mettere in contatto i morti con i vivi.
Quel che è vero è che non sappiamo moltissimo rispetto al trattamento delle varie disabilità, sia da parte dei romani che dei greci. Sono rimaste evidenze storiche più che altro riferite al metodo di eliminazione e di abbandono di bambini deformi sin dalla loro nascita.
Questi metodi hanno avuto l’appoggio di vere e proprie leggi. Nel mondo spartano la legge prevedeva che i nati deformi venissero abbandonati sul monte Taigeto, poiché i deformi non sarebbero stati utili né a loro stessi e né alla patria.
Nel mondo romano è stata codificata nella legge delle “Dodici Tavole” la soppressione del nato deforme da parte del padre, previa l’esposizione a cinque vicini o, in alternativa, dopo l’esposizione pubblica. Normale era anche provocare la morte per annegamento nel Tevere o per esposizione alla natura e alle intemperie. Questa prassi valeva per le disabilità evidenti alla nascita, mentre era diversa per le disabilità non evidenti, come ad esempio quelle mentali, o sopraggiunte successivamente per malattie o menomazioni riportate in guerra, i reperti ci dicono poco.




In genere oggi si distinguono 5 diversi modi di affrontare la disabilità, ovvero adottando le seguenti azioni:
• abbandono
• segregazione
• eliminazione
• assistenza
• discriminazione
Possiamo supporre ci fosse un certo gradiente di tolleranza verso il portatore della disabilità se apparteneva ad una classe sociale di elevato livello.

Da certe considerazioni e fonti storiche, possiamo immaginare che ci fosse una discreta percentuale di disabili dentro queste società. Il loro modo di vivere era fatto di espedienti, oppure di beneficiare di un circuito sociale di solidarietà informale, contraddistinto da lavori che le persone riuscivano a svolgere insieme a una primitiva forma di assistenza sociale/statale, che consisteva nel fornire un piccolo aiuto dello Stato sotto forma i contributo in denaro.

Fabio Piccinin,
Vice presidente MAP,
11/04/2018

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