Il punto sui PEBA a 31 anni dalla loro introduzione

Gli strumenti operativi in grado di monitorare, progettare e pianificare interventi finalizzati al raggiungimento di una soglia ottimale di fruibilità degli spazi e strutture pubbliche ci sono dal 1986. Si tratta dei Piani per l’Eliminazione delle Barriere Architettoniche (PEBA).
La nostra associazione ha svolto un’indagine, regione per regione, per rilevare e quindi segnalare all’attenzione dei propri associati, il punto della situazione nel processo di attuazione e per suggerire eventuali azioni legali in caso di inadempienza.

Retrospettiva

Ricordiamo che i PEBA vennero introdotti con l’articolo 32, comma 21, della L. n. 41/1986, e integrati con l’articolo 24, comma 9, della L. n. 104/1992, che ne ha esteso l’ambito, dagli edifici pubblici, agli spazi urbani. Il loro scopo era di obbligare tutti i Comuni di dotarsi del Piano per monitorare, abbattere o superare le barriere architettoniche negli edifici e spazi pubblici entro un anno dall’entrata in vigore della legge. Trascorso il termine, le regioni dovevano intervenire nominando un “commissario per l’adozione del PEBA presso ciascuna amministrazione” (legge 41/86, art. 32 commi 21 e 22).

Situazione a livello nazionale

Come scrisse già nel 2012 Stefano Borgato, in Superando Onlus: “…quella dei PEBA sembra realmente essere un’altra storia “molto italiana”, dove una Legge dello Stato può essere tranquillamente ignorata dalla maggior parte di coloro che avrebbero dovuto applicarla già da tempo. Anche i Cittadini, però – e in particolare proprio quelli con disabilità – possono e devono fare la propria parte, per tentare di smuovere questa situazione quasi grottesca.”

Verificare quali degli 8.000 comuni hanno recepito il PEBA e a che livello per ora è impossibile perché non c’è un osservatorio nazionale dedicato a monitorare questa tematica. Per qualsiasi associazione, come la nostra, sarebbe un lavoro immane poiché richiederebbe enormi risorse. Da investire in tutto il territorio nazionale. L’indagine condotta dalla nostra no profit, anche se riduttiva perché solo a livello regionale, ha comunque la sua utilità: stimolare una successiva presa di posizione dei singoli interessati a chiedere conto, ai rispettivi amministratori pubblici, delle ragioni di questa disomogeneità iniqua di trattamento o, nei peggiori dei casi, del persistere della latitanza del PEBA. Risulta, inoltre che, dove sono stati recepiti, i PEBA sono stati attuati interpretando la legislazione in modo disomogeneo.

Come associazione, possiamo solamente mettere in discussione la giustificazione addotta, dalla maggior parte delle amministrazioni pubbliche, di non rispettare i PEBA per l’immobilizzazione dei soldi per colpa del Patto di Stabilità imposto dal “Regime” della Troika.
La scusa non regge: in pratica, le amministrazioni potrebbero escludere tali spese dai vincoli di finanza pubblica e considerarle invece come un investimento “in conto capitale” perché, non solo gli interventi pubblici valorizzerebbero il patrimonio di tutti, rendendolo accessibile, avrebbero anche un effetto di volano per l’importante comparto del turismo. Altra scusa addotta da alcune P.A., anch’essa poco efficace perché in contraddizione con i principi del PEBA, è la seguente: la legge non specifica entro quando provvedere all’adeguamento degli edifici e spazi pubblici.




E’ noto che l’area d’intervento individuata da un PEBA può variare dal singolo comune: da un’area circoscritta e limitata ad un ambito, o settore, omogeneo e più vasto. Lo strumento normativo in questione deve comunque rilevare e classificare tutte le barriere architettoniche, presenti in un’area circoscritta, e può riguardare edifici, o porzioni di spazi, pubblici urbani (strade, piazze, parchi, giardini, elementi arredo urbano). Tale piano di opere deve poter indicare le proposte progettuali preliminari, a quelle esecutive, per l’eliminazione delle barriere presenti con il fine di stimarne i costi e i tempi di realizzazione, nonché la programmazione in base alla priorità. Il PEBA, pertanto, non è solo uno strumento di monitoraggio del grado di accessibilità, ma, anche di pianificazione degli interventi per l’effettiva fruibilità. Quest’ultimi, se non fossero riconducibili ad un quadro d’insieme e se non fossero monitorati, per garantire la fruibilità dei luoghi,  diventerebbero inefficaci.

Oggi, grazie agli strumenti informatici e di georeferenziazione, a disposizione, risulta più efficace ed immediato per i tecnici il rilievo e l’aggiornamento di una mappa urbana o di un edificio. Lo stesso discorso vale per la programmazione della manutenzione, fondamentale per mantenere fruibili nel tempo gli interventi per il miglioramento dell’accessibilità ai disabili.Nelle città di grandi dimensioni vi possono essere più azioni di monitoraggio e intervento, quindi più di un PEBA comunale, pertanto diviene essenziale il loro coordinamento, con il fine di garantire un approccio progettuale olistico delle opere pubbliche.

Puntualizziamo che: la massiccia presenza di barriere architettoniche in tutte le nostre città, ostacolante la mobilità dei disabili, nel contempo, vanifica il diritto all’accessibilità e la realizzazione di una società inclusiva, secondo il principio delle pari opportunità delle persone. Principio cui è finalizzata la Convenzione ONU del 2006 riguardante i diritti delle persone con disabilità, in vigore in Italia dal 2009, e che sancisce il loro diritto alla vita indipendente. In realtà, i disabili, che rivendicano questo diritto, si vedono discriminati in molti luoghi e attività. Inoltre, la stessa Convenzione, ridefinendo il concetto stesso di disabilità in forma dinamica, cioè come un’inscindibile relazione tra le menomazioni soggettive della persona con disabilità ed i contesti sociali dove risiede (secondo la risoluzione del 2001 dell’Organizzazione mondiale della Sanità) rende il tema dell’inaccessibilità / accessibilità, delle strutture cittadine, un elemento fortemente condizionante il grado della disabilità.

La situazione regionale

Solo alcune regioni hanno legiferato per recepire i PEBA e dettagliarne le specifiche e degli 8.000 Comuni italiani sono ancora ben pochi. Aggiungiamo che: dal 2002 lo Stato non finanzia più direttamente la L. n. 13 del 9 gennaio 1989, recante: “Disposizioni per favorire il superamento e l’eliminazione delle barriere architettoniche negli edifici privati”. Pertanto, le regioni devono provvedere in modo autonomo a stanziare il finanziamento anche nel privato.

Per scaricare il documento con l’elenco della situazione a livello regionale compila il formulario:
N.B.: L’invio del presente formulario equivale all’autorizzazione del trattamento dei dati ai sensi della legge della privacy in vigore.

I commenti e le domande sono bene accetti.

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Considerazioni

Già osservando la situazione attuale a livello regionale possiamo affermare che alla mancata applicazione del PEBA, specialmente in luoghi densi di barriere architettoniche, corrisponda una scarsa consapevolezza dell’utilità di questi strumenti operativi e dell’assenza di volontà di mettere in campo, in altro modo, risorse e competenze per la non discriminazione dei disabili nei luoghi e spazi pubblici.Rileviamo pertanto, l’urgente necessità, già segnalata con lettere aperte anche da altre associazioni e dall’Osservatorio nazionale sulla condizione dei disabili all’autorità competente (dell’ANCI, Associazione Nazionale dei Comuni Italiani) di politiche di rilancio dei PEBA.Per concludere, dobbiamo denunciare la condizione riscontrata di illegalità diffusa, dovuta all’inadempimento delle prescrizioni legislative menzionate.

Raccomandazioni

I disabili devono sapere che ciò rappresenta una vera e propria flagranza di reato nei loro confronti. In altre parole,  l’irresponsabilità delle amministrazioni pubbliche provoca un grave vulnus ad un primario diritto soggettivo, quella alla mobilità, in quanto genera intollerabili comportamenti discriminatori, non più giustificabili e quindi accettabili. Ricordiamo che: una persona con disabilità, ha la legittimazione a fare l’accertamento della mancata, o carente adozione del PEBA, tramite una formale richiesta di accesso agli atti. Pertanto, un’azione legale nei confronti del Sindaco, da una parte, e del Presidente della Regione dall’altra, per omissione di atti d’ufficio è possibile, anzi sempre consigliabile. Tale inadempienza da parte della P.A. è censurabile anche in base alla giurisprudenza, ai sensi della L. n. 67 del 2006 “Misure per la tutela giudiziaria delle persone con disabilità vittime di discriminazioni.”

Giovanna Barbaro
04/09/2017

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Giovanna Barbaro Architetta - Università di Venezia

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