La disabilità nella storia, parte terza. Ebraismo e Cristianesimo


La disabilità secondo gli ebrei

Premettiamo che la civiltà ebraica è stata sempre intrisa di aspetti religiosi e trascendenti. L’approccio alla disabilità quindi risente di questa particolare forma di vedere la realtà. Ricordiamoci che la Bibbia è stata per secoli l’unico strumento di diffusione della cultura a vari livelli sociali, quindi non strettamente popolare.
Gli ebrei avevano un occhio di riguardo verso la disabilità o la malattia. Si narra che i ciechi e gli zoppi fossero molto invisi a Re Davide, tanto da bandirli assolutamente dal frequentare il suo palazzo regale, e vediamo che per quel che riguarda il culto i disabili potevano partecipare, ma mai in condizione di officianti o portatori di offerte in sacrificio. Perché queste discriminazioni? L’idea di fondo è che le menomazioni e le malattie siano inviate da Dio stesso, come a segnalare una impurità dell’anima a volte irredimibile. Il peccato crea le malattie come fatto punitivo elargito da Dio stesso. L’uomo non può guarire le malattie; non può perché è un fatto legato al peccato, il quale può essere rimesso solamente da Dio, tramite un suo intervento diretto, e non dall’uomo. Pertanto si riteneva che le persone sane non dovessero entrare in contatto con gente considerata impura. Siamo dunque di fronte ad un vero e proprio registro dell’esclusione: gli ebrei non uccidono o emarginano, come gli antichi greci e i romani, ma creano una enclave che vive a ridosso della comunità che in qualche modo ne beneficia di assistenza indiretta.
A conferma dell’equivalenza: disabilità = peccato= anima impura, vediamo che gli animali stessi sono coinvolti in questo modo di vedere. Infatti è fatto divieto assoluto di sacrificare animali malati o con difetti, a Dio. Con l’ebraismo la disabilità è una condizione di peccato permanente non risolvibile.




La disabilità secondo i cristiani

Con l’avvento di Gesù e l’instaurarsi del cristianesimo cambia la visione della disabilità. Il profeta sta con gli ultimi: i malati, i lebbrosi e gli storpi, sottolineando che chi sta con lui e sostiene la sua parola è di fatto guarito nell’anima. Gesù sovverte di fatto i concetti di esclusione e reintegra di fatto chi dalla società è escluso. Anzi, il Paradiso attende proprio coloro che sono i più sofferenti ed esclusi. Il Cristianesimo successivo si farà carico proprio di questa filosofia, aprendo le porte a una vicinanza maggiore tra il disabile e il malato e la società stessa. Tuttavia, rimane evidente un paradosso: la Chiesa, ancora oggi, ostacola l’accesso al sacerdozio ai disabili e al sesso femminile, per svariate motivazioni che non andremo certamente qui a discutere.

Fabio Piccinin,
Vicepresidente MAP,
20/04/2018

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Giovanna Barbaro Architetta - Università di Venezia

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