Agricoltura sociale e disabilità

La Legge Nazionale n. 141 del 18/08/2015 definisce l’agricoltura sociale come: “l’insieme di tutte quelle pratiche agricole che hanno la capacità di generare benefici coinvolgendo le fasce più deboli della popolazione”. In questo ambito rientrano le attività che prevedono:

  1. l’inserimento socio-lavorativo di disabiliti, persone svantaggiate e minori in età lavorativa inseriti in progetti di riabilitazione sociale;
  2. prestazioni e attività sociali e di servizio per le comunità locali attraverso l’uso di risorse materiali e immateriali dell’agricoltura;
  3. prestazioni e servizi terapeutici anche attraverso l’ausilio di animali e la coltivazione delle piante;
  4. iniziative di educazione ambientale e alimentare, salvaguardia della biodiversità animale, anche attraverso l’organizzazione di fattorie sociali e didattiche.

Dopo quasi quattro anni dalla sua pubblicazione, la Legge è stata applicata solo parzialmente, perché mancano i relativi decreti attuativi, in attesa al Senato da marzo del 2018.
Il Rapporto Sulla Agricoltura Sociale della Rete Rurale Nazionale (RRN) dimostra che le associazioni e cooperative sociali si sono messe all’opera nonostante l’incompletezza della Legge in questione. Riassumiamo di seguito il capitolo specifico sulla agricoltura sociale praticata da persone con diversi tipi di disabilità.

I numeri dell’agricoltura sociale in Italia

Mancando ancora un registro nazionale delle aziende agricole sociali, lo studio della RRN è stato condotto mediante questionari su un campione, ritenuto rappresentativo del Paese. Il 54% del campione corrisponde a 200 aziende agricole sociali, le quali hanno come scopo principale attività volte all’integrazione di persone con qualche sorta di disabilità. La maggioranza dei beneficiari sono disabili psichici, 73%, seguiti da persone affette da disturbo dello spetto autistico (11%), disabili motori (10%) e il resto altre forme di disabilità (figura 1).

Beneficiare di progetti di agricoltura sociale per tipo di disabilità

Figura 1: Le categorie dei disabili beneficiari di progetti di agricoltura sociale (Fonte: Rete Rurale Nazionale)

Dai dati pubblicati emerge l’importanza per le persone con disabilità di raggiungere livelli di autonomia tali da consentire loro di lavorare, condizione funzionale alla costruzione del proprio progetto di vita.
Significativo è anche il dato relativo all’acquisizione di autonomia (30,5%): l’agricoltura sociale permette alle persone con disabilità di acquisire una prospettiva temporale di autodeterminazione e di dare senso alla propria esistenza. Un valore questo estremamente significativo sul piano psicologico. Come si evince dalla figura 2, l’inserimento lavorativo e sociale, nonché l’acquisizione di competenze professionali, sono le motivazioni principali dei disabili partecipanti in progetti di agricoltura sociale. Se si scompone il dato, si nota che le finalità perseguite differiscono per tipologia di disabilità: mentre per le persone con disabilità intellettiva, con disturbo dello spettro autistico e disabilità motorie prevale come finalità l’inserimento socio lavorativo, nelle disabilità sensoriali prevale l’acquisizione delle competenze sociali e relazionali.

Entrando nel dettaglio delle attività agricole, in cui sono maggiormente coinvolte le persone con disabilità, notiamo il loro inserimento per circa il 17% nelle cure colturali. Rivolgere la propria attenzione alla cura delle piante, dei fiori, degli alberi, degli ortaggi consente di ristabilire un contatto con la natura e un rapporto di simbiosi con questa che si concretizza con la raccolta del prodotto, ma che prioritariamente necessita una preparazione del terreno. In questo modo la persona segue tutto il processo di crescita e sviluppo dell’attività agricola. Il cambiamento del ruolo, da fruitore passivo di cure assistenziali a protagonista attivo della cura e della crescita dei prodotti agricoli, determina un capovolgimento della percezione di sé: da colui che viene assistito a colui che cura, con importanti ripercussioni sul benessere psicologico. Esiste da anni una branca dell’orticoltura chiamata ortoterapia, con la quale si indica la metodologia base che vede l’utilizzo dell’orticoltura come supporto in processi terapeutici di riabilitazione fisica e psichica di persone che presentano determinati disabilità, particolari disturbi o forme di disagio sociale. Alcuni studi affermano che il rapporto uomo-pianta, la consapevolezza dell’ambiente in cui si vive e le relazioni tra gli individui aiutano a ridurre lo stress e a migliorare l’autostima. Altri effetti del giardinaggio e dell’orticoltura sulla salute sono relativi al miglioramento degli stati dolorosi, della pressione arteriosa, della frequenza cardiaca, delle funzioni cognitive, e diminuzione delle malattie.
In Italia l’uso di animali da compagnia ai fini terapeutici (pet therapy) è stato riconosciuto come cura ufficiale dal Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 28 febbraio del 2003; attualmente, tuttavia, non vi è nel nostro Paese una legislazione specifica in materia di terapie ed attività svolte con l’ausilio di animali, anche se vi sono delle iniziative a livello regionale. Nel caso concreto della cura degli animali nell’ambito dell’agricoltura sociale, questa rappresenta solo il 7,8% delle attività svolte da partecipanti disabili.

Figura 2: Finalità perseguite dai disabili aderenti a progetti di agricoltura sociale (Fonte: Rete Rurale Nazionale)

L’inserimento lavorativo è la modalità predominante di coinvolgimento delle persone con disabilità, che si esplica nelle sue varie forme: borsa lavoro (24%), tirocinio (22,9%), socio lavoratore (22,9%), dipendente (21,9%), essendo le altre modalità residuali e in ogni caso attinenti la sfera lavorativa, come ad esempio i contratti stagionali. Le forme sociali più frequenti sono le cooperative sociali e le associazioni di volontariato, in minore misura le aziende agricole private.

Conclusioni

Le persone con disabilità che hanno un contratto stabile all’interno delle aziende agricole del campione analizzato sono complessivamente 791, di cui 648 uomini e 143 donne, pari a circa il 39% del totale, a conferma di come l’agricoltura sociale rappresenti una reale opportunità di inserimento socio lavorativo per le sue caratteristiche e la varietà delle mansioni in grado di sollecitare le abilità di un ampio numero di soggetti e di consentire un adattamento flessibile ad un’ampia gamma di bisogni e di utenti.

Inoltre, l’agricoltura sociale offre anche la possibilità di combattere la povertà energetica, in quanto sarebbe perfettamente possibile la produzione di cippato e perfino pellet nell’ambito di una cooperativa sociale che coltivasse piante da biomassa. Ulteriori approfondimenti su tale tema, molto specifico, si trovano nell’articolo dello stesso autore: Agricoltura sociale e povertà energetica.

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Mario A. Rosato

Mario A. Rosato

Ingegnere elettrico-elettronico e ambientale. Esperto in energie rinnovabili e tecnologie sostenibili. Webmaster di MAP e docente del corso su blog con Wordpress.

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