Coronavirus: l’ennesimo segnale del fallimento della globalizzazione

Coronavirus COVID-19 Global Cases by Johns Hopkins CSSE

Riguardo alla scarsità dei vantaggi rispetto agli svantaggi derivati dal capitalismo liberista, propugnatore della globalizzazione, i dubbi espressi da molti critici e analisti si trovano ancora oggi pubblicati circa 9 anni fa.

Interessante l’intervista di Fabio Mariottini a Gianni Tamino, docente universitario di biologia ed ex parlamentare europeo in: “La globalizzazione: un fallimento biologico ed economico.”, pubblicata da Micron nel 2011.
Riportiamo di seguito alcuni stralci utili a riflettere sull’opportunità che oggi più che mai abbiamo di comprendere i vantaggi di un rallentamento della corsa della società civilizzata verso il baratro, poiché fondata sulla massimizzazione dei profitti economici in detrimento di quelli etici, in un contesto in cui la politica è solo uno dei tanti strumenti finalizzati al perseguimento degli scopi speculativi di un’elite sempre più potente, ricca, spregiudicata e spietata. Nelle risposte del dott. Tamino si ravvisano i primi segnali di fallimento della globalizzazione, incoraggianti per attuare un radicale cambiamento epocale.

Domanda: “La globalizzazione doveva diventare, fra le altre cose, un banco di sperimentazione per costruire una nuova società dell’accesso nella quale la scienza avrebbe dovuto fornire nuove opportunità anche alle popolazioni dei paesi in via di sviluppo. In realtà, fino ad oggi, la politica dei monopoli rimane sempre dominante: un esempio è rappresentato dai medicinali per la cura dell’Aids.”

Risposta:  “Il rapporto tra globalizzazione e brevetti è un buon esempio per capire come una grande potenzialità si sia trasformata in realtà in un ulteriore ostacolo per buona parte della popolazione mondiale. Oggi, infatti, i brevetti non rappresentano più la forma di restituzione temporale di un valore in denaro a chi ha inventato qualcosa, che può avere un senso.
Non si va più a brevettare l’oggetto, ovvero il frutto di quella fase di conoscenza della materia e della meccanica da cui nasce. Attualmente, il brevetto si estende prevalentemente ai settori agricoltura e della medicina, quindi alla biologia, e poi, attraverso le varie forme dei diritti di proprietà intellettuale, all’informazione e alla conoscenza. Il controllo monopolistico sul software è così diventato un ostacolo per l’accesso e la conoscenza. Potremmo dire che i problemi della globalizzazione nascono da due fattori: il primo è che questa globalizzazione, nel momento in cui è stata teorizzata, è fallita. L’Organizzazione Mondiale del Commercio, che nasce a metà degli anni ’90, dopo dieci anni di elaborazione dell’Uruguay round, che doveva avere proprio come obiettivo di inserire le conoscenze nel mercato mondiale, non funziona. Gli ultimi vertici dell’Organizzazione sono infatti tutti falliti, perché è chiaro che c’è una parte relativamente piccola dell’umanità che vorrebbe impadronirsi delle ricchezze di tutto il Pianeta e che vorrebbe avere il controllo non solo della materia, ma anche dell’energia e dell’informazione. La globalizzazione (o forse sarebbe meglio dire la mondializzazione) potrebbe diventare un processo significativo se proponesse di operare la gestione dei beni comuni per il bene comune. Non più della polis o di uno stato polis, ma dell’umanità e del Pianeta nel suo insieme. Invece, mentre si propone la globalizzazione, si favorisce il processo di nazionalizzazione della politica attraverso stati etnici e la logica della guerra.
Il secondo fattore che rivela il fallimento
della globalizzazione è di natura biologica – etologica ed evolutiva. L’essere umano è un animale sociale, e l’animale sociale uomo si è evoluto per aver messo in comune le conoscenze maturate, la propria evoluzione culturale. Nel momento in cui l’accesso alla conoscenza viene chiuso, nel momento in cui viene favorita una visione individualistica, si crea oggettivamente una barriera, in grado di bloccare la possibilità di uno sviluppo sociale e culturale equo. Quello dell’ambiente è, in questo senso, un esempio paradigmatico: i problemi ambientali, infatti, debbono necessariamente essere risolti in forma solidale associativa, in una dimensione che è propria delle organizzazioni non nazionali e non governative, in un’ottica sociale, che diventa poi etica collettiva. Il caso più evidente, in questo senso, è quello dei cambiamenti climatici che chiamano l’intero pianeta ad una assunzione di responsabilità. Purtroppo, però, oggi viviamo un momento di crisi e nei momenti di crisi si finisce quasi sempre per privilegiare la scelta peggiore, quella individuale. Crolla la borsa, metto i soldi sotto il materasso. Crolla l’economia, cerco un posto dove isolarmi e difendere i miei interessi. Questo è ciò che la cultura dominante ha favorito. Il fatto, però, è che o il problema ambientale viene affrontato e risolto in maniera solidale e diventa coscienza collettiva o non si risolve.”

Domanda: “E per il futuro?”

Risposta: “Anche in questo caso, come per la scienza, credo sia necessario un cambio di paradigmi – scientifico, culturale, politico, economico–che attualmente derivano tutti da un’impostazione meccanicistica e dogmatica. È da qui che bisogna partire per ricreare le condizioni e i punti di aggregazione solidale che sappiano praticare una visione diversa del mondo. Se riusciremo a creare nuove forme collettive capaci di mettere in campo idee nuove per una scienza, una tecnologia, una economia, una politica che siano per l’uomo e non per il dominio sulla natura, allora avremo creato anche le condizioni per una vera sostenibilità planetaria. Altrimenti rischieremo di proseguire questo cammino dissennato che davanti a ogni contingenza e a ogni crisi propone rimedi che, spesso, sono peggiori dei mali.”

Il coronavirus: il prezzo della globalizzazione

Visualizzando la mappa mondiale aggiornata alla data odierna, sull’andamento della diffusione del coronavirus, si può intuire molto riguardo ai flussi privilegiati della globalizzazione e alla capacità di gestirne gli effetti. Dopo la Cina, primo focolaio mondiale di questa pandemia globale, così decretata dall’OMS lo scorso 30 gennaio, l’Italia è il terzo paese più colpito, non solo a livello sanitario ma anche economico.

Su un totale di oltre 110.000 di contagiati 80.735 sono in Cina, 7.382 nella Korea del Sud e 7.375 in Italia. Sono dati allarmanti di per sé, se consideriamo che il paesi più a rischio per vicinanza geografica come il Giappone, Hong Kong e Singapore nemmeno arrivano ai 1000 contagi.
Le regioni d’Italia prime ad essere interessate dal virus, meglio conosciuto come Covid-19, sono quelle più ricche: Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Piemonte, in ultima analisi, quelle che maggiormente hanno creduto nel modello della globalizzazione indiscriminata, liberista, senza regole di etica e ne di tutela ambientale, intessendo negli ultimi anni rapporti con la Cina, un paese dove i diritti di ogni tipo sono un lusso per pochi ricchi privilegiati. Il primo prezzo pagato dalla gran parte degli italiani per la delocalizzzione di interi processi produttivi dell’industria del made in Italy è stata la perdita dei posti di lavoro locali. Chi non ha avuto il coraggio di emigrare in Cina ha perso il lavoro. Senza scrupoli molti imprenditori hanno lasciato in miseria intere famiglie, la cui situazione si è aggravata anche con l’improvvido arrivo dell’euro e delle politiche di Austeritiy (patto di stabilità, spread, e armi di distruzione di massa similari) per questioni solamente ragionieristiche (bancocratiche) hanno perso il diritto ad una vita dignitosa, pur avendo studiato molto di più rispetto i loro genitori. Di ammortizzatori sociali sociali poi non ne parliamo, nemmeno sono sufficienti per le persone disabili, figuriamoci per chi può lavorare.

I saggi dicono che “non tutto il male viene per nuocere.” Allora, ci auguriamo che sia finalmente giunto il fatidico e agognato momento per ammettere il fallimento di quel modello di UE fondata su modelli, piacenti solo alla plutocrazia nordica, che hanno portato ad una competizione iniqua tra popoli, o meglio tra poveri locali e importati. Senza frontiere ne confini tutto circola liberamente anche le malattie per le quali non siamo preparati, ne economicamente e ne fisicamente.
E dunque, ora è il momento propizio per stare a casa e ripensare non solo la Governance nostrana ma anche il sistema economico comunitario, un carrozzone costoso incapace soprattutto, per sua natura, di risponde in tempi utili con soluzioni ad emergenze di ogni tipo.
Allora, perché non ripartire ripensando il modo di lavorare? La nostra associazione si sta impegnando già sulla formazione mediante piattaforme on-line utili anche per valorizzare risorse umane con diverse abilità. Oggi, se vogliamo, le tecnologie possono aiutarci a riportare l’individuo al centro dell’economia, però solo se intenderemo quest’ultima come strumento di un modello di sviluppo solidale finalizzato al miglioramento del benessere diffuso e la qualità delle relazioni sociali.

Concludiamo con una domanda introspettiva: quale ruolo assume in questo contesto un’associazione come MAP? Come premesso, vorremmo indurre alla messa in discussione dell’attuale modello di sviluppo, dimostratosi fallimentare, per facilitare il passaggio verso uno completamente svincolato dalle logiche spietate del neoliberismo: sfruttamento dei lavoratori fino alla riduzione dei diritti e dei salari in nome di una competizione che ha annientato la solidarietà e la tutela degli ecosistemi, mettendo l’uno contro l’altro.
La missione di MAP, dunque, è ricercare permanentemente esempi virtuosi di inclusione sociale per premiarli, diffondendoli come modelli incoraggianti.

 

 

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