Cohousing per anziani non autosufficienti

Arriva il momento per tutti di dover fornire assistenza ad una persona cara perché, ad un certo punto della sua vita risulta non autosufficiente e necessita di aiuto continuato.
Le persone anziane che hanno lavorato tutta una vita e che hanno allevato figli e nipoti, non si arrendono facilmente al fatto di aver bisogno di sostegno e tendono a opporsi alla novità di dover ricevere aiuto.
La cultura del “fare tutto da soli”, senza pesare su nessuno e la forza di volontà di queste persone tenaci, a volte creano intoppi a chi cerca di assisterli.
La condizione di perdita dell’autonomia nella persona anziana si può verificare per svariati motivi, nella maggior parte dei casi vengono a calare il senso di equilibrio e stabilità, fattore che mette a rischio di cadute e fratture. Nei casi di patologie legate alla memoria, c’è il timore che possano scordare accesi dei dispositivi elettrici, causandosi ustioni o provocando incendi. A volte capita che perdano il senso del tempo o dell’orientamento, per questo si possono allontanare da casa trovandosi poi in situazioni sgradevoli.

Per creare un contesto sicuro, dando supporto all’anziano ma senza ledere la sua dignità, è necessario poter contare su persone esperte, che sappiano dare il giusto indirizzo, consiglio, in base al caso. I collaboratori esperti sanno usare le tecniche idonee per organizzare l’assistenza più consona, rassicurando e stemperando quel clima di apprensione che si crea soprattutto nei primi tempi, insegnando come gestire le nuove necessità a tutela dell’equilibrio di tutti i componenti della famiglia.
Il settore lavorativo dell’assistenza agli anziani non autosufficienti è in continuo sviluppo: le richieste di servizi dedicati sono in crescita costante, poiché l’età media della popolazione si alza sempre di più, i membri di una famiglia sono dei lavoratori e quindi non possono garantire una presenza.
Si possono trovare tanti studi riguardanti il fenomeno dell’invecchiamento della popolazione (i più recenti risalgono al 2015) tutti sostengono che le cure mediche e ai farmaci a disposizione hanno contribuito all’aumento della speranza di vita.
Le previsioni per i prossimi anni sono abbastanza credibili: ci sarà un ulteriore aumento di numero degli anziani ed è per questo che le amministrazioni pubbliche dovrebbero predisporre i servizi adatti a fornire il supporto necessario a tutti i propri cittadini.
Le esigenze delle persone in età senile cambiano radicalmente e vanno considerate come normali esigenze dell’evoluzione della vita e non come un fastidioso onere, che di conseguenza delega a strutture private la gestione dell’”impiccio”, lasciando spazio ad attività commerciali che in tantissimi casi mirano al profitto più che al benessere dei loro utenti.
Ci sarebbe la necessità d aumentare l’offerta di abitazioni condivise, per permettere agli anziani di vivere serenamente e con la dovuta assistenza, senza correre il rischio di venire isolati in ospizi tristi e ghettizzanti.

Possiamo vedere come la soluzione del cohousing venga apprezzata da coloro che la stanno vivendo. Andrebbero riqualificate delle strutture esistenti, pensate per fornire alloggi e allo stesso tempo a creare nuovi posti di lavoro di vario genere. Questa risulta la soluzione più rassicurante per i famigliari e per gli anziani stessi, che possono contare su un’organizzazione adeguata e accogliente.
Non si può parlare di inclusione sociale senza pensare a soluzioni che rendano la vita gradevole a tutti, altrimenti rimane una frase ipocrita e priva di senso reale. I progetti destinati ad anziani e disabili devono essere pensati per un numero importante di persone e non solo per pochi fortunati, altrimenti la disparità di mezzi economici consentirebbe a pochi di beneficiarne.
Nell’età e nelle condizioni fisiche di fragilità, statisticamente a partire dai 75 anni (dati ISTAT 2015) le persone risultano vivere in condizioni difficili in tutti i sensi a partire dal bisogno di attenzioni maggiori e di accoglienza, mentre la tendenza è indurli a vivere emarginati e abbandonati a se stessi, specialmente quelli con scarse risorse economiche.
Concludendo, se le associazioni no profit facessero rete tra loro e con le amministrazioni pubbliche forse la cultura dell’inclusione sociale potrebbe trovare maggiori risorse per valorizzare ogni individuo, non solo chi riceve ma anche chi potrebbe fare dell’assistenza un lavoro. Pochi lo sanno che ci sono diversi fondi pubblici per sostenere progetti d’inclusione sociale non solo indirizzati ai migranti stranieri e profughi ma anche a italiani. In questo fronte MAP si sta impegnando poiché spera di poter attivare un progetto di cohousing in ogni regione d’Italia per i suoi associati con il sostegno di tutti i portatori d’interesse. A tale scopo ha creato un’apposita categoria nel proprio sito web: “Cohousing”.

Katia Casasola,
Presidente MAP,
13/12/2018

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