Alex Zanardi: omaggio al mito paralimpico

È difficile parlare di Alex Zanardi senza scivolare nella lode scontata o nella critica da bar. La sua vicenda personale è intensa, ricca di passaggi drammatici e di scelte coraggiose. Ma per noi di MAP, che ogni giorno difendiamo i diritti delle persone con disabilità, il valore della sua storia non sta nell’eccezionalità, bensì nella capacità di far emergere questioni strutturali: cosa consente a una persona di ricostruire la propria vita dopo un trauma? Quali risorse servono? E soprattutto: chi può davvero accedervi?

Zanardi quando aveva già avuto tantissimo dalla vita si è scontrato con la disabilità motoria. Era un atleta famoso, economicamente solido, con una rete di sponsor, relazioni e competenze tecniche attorno a sé invidiabili. Questo non sminuisce la sua determinazione a riprendersi dal primo grave incidente sportivo, ma ci ricorda che la disabilità è profondamente influenzata dal contesto sociale, economico e culturale in cui uno si trova.

La disabilità come condizione, non come destino

Uno dei contributi più importanti di Zanardi al dibattito pubblico è il rifiuto dell’idea che la disabilità definisca una persona. La sua narrazione non è quella del “superuomo”, ma di qualcuno che ha imparato a convivere con un corpo diverso, senza negarlo né idolatrarlo. Questo approccio è prezioso per chi lavora nei diritti: sposta l’attenzione dalla mancanza alla progettualità. Dal nostro punto di vista, ciò significa promuovere un modello culturale che riconosca la persona prima della condizione, evitando sia il pietismo sia l’eroizzazione. La dignità non nasce dalla performance, ma dalla possibilità di autodeterminarsi. Il suo principale avversario sportivo era se stesso.

Il ruolo del privilegio: un tema scomodo ma necessario

Senza voler semplificare i suoi tanti meriti, è giusto anche ricordare che Zanardi ha potuto contare su risorse che la maggior parte delle persone con disabilità non ha. Basti pensare che una handbike da competizione paralimpica di alto livello costava 15.000€ nel 2016, oggi con l’inflazione circa 19.000 €. Il supporto di importanti partner tecnici e commerciali gli hanno permesso di consacrarlo a mito paralimpico. Ecco i suoi principali sostenitori:

    • BMW Group Italia: È stato il partner più significativo. Zanardi è stato per lungo tempo BMW Brand Ambassador. La casa tedesca ha supportato il suo ritorno alle competizioni, fornendo anche supporto tecnico adattando veicoli per le sue sfide, inclusi progetti nel motorsport in parallelo all’handbike.
    • Dallara Automobili: L’azienda emiliana, famosa per le auto da competizione, ha sviluppato e costruito su misura le handbike di Zanardi per i Giochi Paralimpici di Londra 2012, Rio 2016 e per i successivi obiettivi, curandone l’aerodinamica e l’ingegneria.
    • Obiettivo 3: Progetto ideato dallo stesso Zanardi nel 2017 con l’obiettivo di sostenere e promuovere lo sport paralimpico, specialmente l’handbike.
    • Triride: Azienda specializzata in ausili per disabili, è stata sponsor ufficiale di “Obiettivo Tricolore – La grande staffetta“.
    • Barilla:  Paolo Barilla, è stato sponsor di Zanardi fin dai tempi dell’Indycar, consolidando poi il rapporto negli anni successivi.  

Importanti filantropi hanno permesso a Zanardi di sviluppare mezzi d’avanguardia e di finanziare le sue iniziative di beneficenza a supporto dello sport paralimpico. Ciò evidenzia una verità fondamentale: la disabilità è anche una questione di disuguaglianze. La storia di Zanardi non deve diventare un modello irrealistico, ma un tema politico: se la società garantisse a tutti ciò che lui ha avuto, molte più persone potrebbero vivere una vita piena e autonoma. La nostra esperienza in Crowdfunding dimostra che non è semplice trovare suporto economico se non sei famoso. È facile creare differenze tra disabilità di Serie A e di Serie B.
Nel nostro piccolo, abbiamo avviato una raccolta fondi per acquistare una canoa da competizione a Giacomo. Ci siamo rivolti ad un’importante azienda alimentare, che però ha respinto la nostra richiesta di sponsorizzazione. Il motivo? La politica dell’azienda in questione è di sponsorizzare solo i “famosi” e le “grandi istituzioni” perché garantiscono un ritorno d’immagine maggiore.
Lo Stato compensa, almeno in parte, la disuguaglianza accennata nell’accesso ai fondi. Il Centro Protesi INAIL è stato un collaboratore chiave nello sviluppo di soluzioni tecniche per le handbike destinate alle persone amputate, almeno per coloro che sono diventati disabili in seguito a un incidente sul lavoro, com’è stato effettivamente il caso di Zanardi. Manca però una struttura statale analoga che si faccia carico dei casi, come quello del nostro Giacomo e di altri nostri associati, le cui disabilità non sono riconducibili a incidenti sul lavoro.

L’autonomia come progetto collettivo

Zanardi ha mostrato che l’autonomia non è sinonimo di autosufficienza totale. È la capacità di partecipare alla vita sociale con gli strumenti necessari. Le sue protesi, i mezzi adattati, le soluzioni tecnologiche che gli hanno permesso di tornare allo sport sono il risultato di un ecosistema di competenze, investimenti e innovazione.

Per un’associazione, questo significa rivendicare politiche pubbliche che rendano accessibili queste opportunità: finanziamenti per gli ausili, percorsi riabilitativi continui, formazione degli operatori, sostegno alle famiglie. L’autonomia non è un premio per pochi fortunati, ma un diritto.

La visibilità come responsabilità

Zanardi ha scelto di usare la propria notorietà per parlare di inclusione, sport paralimpico, rispetto. Non ha mai trasformato la sua storia in un racconto consolatorio. Ha mostrato la fatica,  la disciplina, la vulnerabilità. Questo è un esempio importante: la rappresentazione della disabilità deve essere autentica, non spettacolarizzata. Abbiamo constatato con rammarico che  i media e le istituzioni hanno invece raccontato la sua  storia riducendola a slogan motivazionali che ignorano le barriere reali.

La comunità come condizione necessaria

Dietro ogni traguardo di Zanardi c’è una rete di competenze: medici, tecnici, allenatori, familiari, ma soprattutto sponsor. La resilienza non è mai un fatto individuale. È un processo collettivo. Questo è un messaggio potente per chi si occupa di diritti: nessuno affronta la disabilità da solo, e nessuno dovrebbe essere costretto a farlo. Ma servono i “conquibus“, tanti, spesso fuori dalla portata della maggior parte di noi.

Per piccole realtà come la nostra associazione, ogni contributo è un passo in più contro l’indifferenza, per rafforzare le reti territoriali e innescare un effetto domino virtuoso. Insieme possiamo trasformare il territorio in una comunità più empatica, inclusiva e capace di prendersi cura delle persone più fragili.

La sua lezione: trasformare il possibile in normale

Zanardi è un caso straordinario di successo oltre i limiti fisici, ma la sua eredità non è essere uno sportivo eccezionale. Deve diventare un punto di partenza: dimostrare che, con le giuste condizioni, la vita dopo un trauma può essere ricostruita. Il compito di MAP  è trasformare ciò che oggi appare “straordinario” in un diritto ordinario: accessibilità, inclusione, partecipazione.  Raccontaci la tua storia, esci dalla solitudine.

 

 

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